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JAZZ e FOTOGRAFIA
Gli strumenti musicali sono di per se' un oggetto affascinante, da sempre, che siano i legni degli strumenti a corda, che ci richiamano i grandi artigiani dei secoli passati , che siano gli sfavillanti ottoni, o la totalizzante, per varietà' di attrezzi e riflessi connessi, batteria, un strumento musicale mantiene il suo fascino anche se non usato.
Questo fattore, piano piano apparve evidente nel dopoguerra a chi frequentava gli ambienti musicali jazzistici.
Sulle prime, negli annin'50, c'era molto poco in giro. Una perla rara, la prima, fu il libro americano " A pictorial History of Jazz" , che in pratica mostrava tutto ciò che negli ultimi decenni era stato oggetto di scatti. Pochi, non c'era interesse, già detto, il jazz era cosa da neri, ma chi aveva curato il libro si era curato di trovare le prime immagini, sbiadite e di cattiva qualità, dei vecchi musicisti della prima generazione, di Storyville, dei battelli sul Mississippi, delle piccole band di Chicago, di Bix(!), delle grandi band dello swing, per poi approcciare i primi musicisti del jazz del dopoguerra. Il tutto solo descritto da didascalie e su una carta di pessima qualità. In quel momento altro non c'era.
Pero' si stava aprendo la prima stagione della fotografia estesa a hobby di massa. Il Giappone si stava risollevando dal disastro, e che produceva? Macchine fotografiche straordinarie che stavano facendo sognare gli appassionati. La fotografia stava davvero diventando un'arte, e cosa c'è di più artistico dei palcoscenici notturni, tra luci e ombre, tra i luccichii degli ottoni e dei piatti della batteria ? E cosa c'è di più artistico dei musicisti jazz? Basta un'occhiata alle pose di Lester Young o Gerry Mulligan con i loro sax, o delle espressioni del volto di Louis Armstrong!
Il tutto rigorosamente in bianco e nero! Perche' li' stava il fascino, difficile spiegarne il motivo che non sia soprattutto fascino estetico, sensitivo. D'altronde era uso, a parole, trovare una motivazione più reale e banale, il jazz "e' " bianco o nero! Con riferimento agli artisti.
In pratica dagli anni '80 non esistevano concerti dove non si vedesse una pattuglia di fotografi nascondersi tra le quinte, o arrampicati altrove in cerca di angolazioni di ripresa che rendessero ancora più artistiche le immagini, tra le luci dei riflettori e le ombre.
Fu un mix straordinario. E per qualche tempo fu considerata Bibbia il tomo fotografico di Joachim Berendt " Fotostoria del Jazz". Sempre con un testo men che minimale. Seguirono libri fotografici sul jazz a decine, in ogni parte del mondo. Non e' difficile realizzare un libro in generale con sole foto! E nacquero così, con tutti i soggetti esistenti, i " coffee-table " books , quei libri che si appoggiano sul tavolino del salotto perché " estetici", e, nel caso del jazz davano un tono all'ambiente, facevano " intellettuale", il più orrendo punto negativo riscontrabile nella platea jazzistica. E come era fuori luogo questo atteggiamento diffusissimo in Europa ( specie in Italia), senza sostanza, cosi' man mano apparvero giustamente senza sostanza i libri fotografici sul jazz, in pratica senza testi e senza autore, fino al loro declino.
Gli autori, gli studiosi, che in questo periodo si erano ridotti a scrivere libercoli, per fortuna degli appassionati, ricomparvero con opere aggiornate e mirate, approfondendo ulteriormente il lato storico e filosofico della musica afro-americana.
Degli anni '90 e' da segnalare un' opera felicissima che sposava la parte fotografica a un testo di un autore-fotografo che aveva vissuto il jazz in tempo reale dagli anni '30, " Twelve Lives in Jazz " di Duncan Schiedt. Un'opera stranamente nata in Italia per iniziativa dello scrivente, ma distribuita con successo anche negli Stati Uniti. Duncan non era solo un fotografo di grande talento, che aveva potuto inquadrare col suo obiettivo i grandi del jazz, da Armstrong a Waller, da Goodman a Coleman Hawkins, e a decine di altri/e, era un accanito ricercatore, che aveva a suo tempo tampinato centinaia di personaggi del mondo del jazz, chiedendo se avevano vecchie foto, non importa in quale stato! In " 12 vite nel jazz " ci ritroviamo additittura in presenza di una foto spiegazzata che pare con buona certezza fosse passata dalle tasche di Jelly Roll Morton! In un bordello naturalmente! Chi avesse l'occasione di passare per il Mid-West degli States, e fosse davvero appassionato, può far sosta a Pittsboro( Indiana) e ammirare nel museo dedicato a Duncan Schiedt la sua collezione senza pari.
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