BACK TO NEW ORLEANS

 
   
   
   
   

 

BACK TO NEW ORLEANS

 

 

George Lewis. Era dei non molti “ rimasti” la’. Quando chiuse Storyville e l’esodo verso Chicago portò folle di musicisti a nord, segnando uno dei momenti non solo fondamentali per il jazz, ma per l’intera storia della musica ( non crederete che l’avvento di Louis non abbia sconvolto tutto, no?! Fin dal profondo) .


E’ strano come Lewis ,che da parte di madre si chiamava Zeno, sia uno dei rari casi di persona nera che potesse in quegli anni avere memoria delle proprie origini. Gli avi della madre erano stati deportati come schiavi in Louisiana all’inizio dell' 800 dal Senegal, e fino alla generazione di George in famiglia era stato mantenuta memoria di quel dialetto.


Lui era nato lo stesso anno di Louis, il 1900, al Algiers, che faceva parte del quartiere francese. Insomma un cittadino di New Orleans doc, che era rimasto a suonare il clarinetto con la vecchissima guardia dei musicisti della città, quelli delle brass band, come Kid Rena, Buddy Petit, delle Olympia ed Eureka Brass Band e nel 1920 aveva fondato il piccolo complesso dei New Orleans Stompers.
George non compare nelle scarse notizie dell’epoca e men che meno nellla pressoche' inesistente letteratura jazzistica fino a tutti gli anni 30. D’altronde per sopravvivere, come altri, aveva dovuto fare lo scaricatore nel porto, lavoro che avrebbe svolto ancora per molti anni.


Poi, come sappiamo , si mettono in moto “ i cacciatori di jazzisti classici”, Alan Lomax, Rudi Blesh e poi Bill Russell. Nel 1944 a George capita un grave incidente, gli casca addosso un container che quasi gli sfonda il torace. Costretto in convalescenza, ha un’ispirazione creativa, sul filone di tanti motivi di New Orleans che parlano di luoghi della città, compone di getto un blues. Lui è a letto, nella casa di St. Philip Street, ribattezzata Burgundy Street, e, accompagnato dai due amici fedeli, che vediamo fotografati sulle cover di tanti dischi, il banjoista Lawrence Marrero e il bassista Alcide Pavegeau, da’ vita a ciò che resterà come suo imperituro marchio “ Burgundy Street Blues”. Un brano pensato per assolo di clarinetto, che difficilmente si può ascoltare senza provare un senso di nostalgia. Non e’ un blues classico, e’ un brano registrato con un certo riverbero che da’ profondità e senso di spazio alla registrazione. Potremmo definirlo un tardo blues. Vicino al letto di George stavolta non si recano solo i vecchi amici, c’è Bill Russell, che registra con un apparecchio portatile.


Dopo mezzo secolo George Lewis esce dall’anonimato. E prende parte alle registrazioni revival di quegli anni, interpretando molti brani ancora con i vecchi compagni, ma anche con Bunk Johnson, e con validi musicisti come il cornettista Avery Kid Howard, il pianista Alton Purnell, il trombonista Jim Robinson, il vecchio Baby Dodds alla batteria e altri.


Se e’ vero che la musica nel frattempo ha avuto a Chicago la sua rivoluzione epocale, Lewis suona come ha sempre suonato e forse cio’ che gli appassionati cercano da decenni, cioe’ come era il jazz di Buddy Bolden, quello del periodo senza registrazioni, e’ proprio li’ ! Non si vede perché dovrebbe essere poi tanto diverso. George non era nelle eleganti sale dove si esibiva il clarinetto di Benny Goodman e le big band, ne’ nelle agitate notti di Chicago o Kansas City e si può avere anche il dubbio che non avesse seguito più di tanto lo stile clarinettistico degli altri.


George contribuisce ad animare pero’ la Preservation Hall di New Orleans, il piccolo e informale tempio del jazz classico sorto negli anni ‘60, plurifotografato e ritratto da frotte di artisti e turisti. Ha intanto frequentato l’Inghilterra, con la formidabile orchestra di Ken Colyer , e ha anche influenzato fortemente quello che consideriamo il più grande clarinettista europeo, l’inglese Monty Sunshine. Non male per un artista che veniva dagli inizi del secolo ed era sempre restato nella sua città, nel suo mondo. Fare polemica sulla sua non eccelsa tecnica, come si legge nella rete, e’ da cretini ! E' infinitamente bello provare un profondo senso di nostalgia al suono del suo “ Burgundy” ! Che attraverso le note ci mostra come in sogno la città del delta, ci fa immaginare come poteva essere Congo Square dell’800, Buddy Bolden che si fa sentire a 10 km di distanza, e una musica che scorre al pari di fotogrammi di un’epoca lontana . Infatti " Burgundy " ha anche una versione con le parole, narrate, descrittive : mentre il clarinetto procede con il motivo, una voce spiega cosa si incontra, cosa è accaduto e accade in quella strada, e che sensazioni si ricevono, che sono poi quelle che l'intera città trasmette. In questa versione è la nitida voce della cantante Monette Moore che ci racconta tutto questo.

 

 

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DECENNI DOPO…

Svizzera, Canton Ticino. Dagli anni ' 80 del 900 si tengono i festival di jazz classico a Lugano ed Ascona. Un tripudio di jazz delle origini, una ventina di orchestre protagoniste di una settimana di musica. Nelle conversazioni con i musicisti, presso i venditori ambulanti di vinili, aleggia la presenza di George Lewis, a cui la Preservation Hall ha dato lustro e memoria. In fin dei conti è stato l'ultimo grande vecchio del jazz a lasciarci, assieme a qualche suo collega minore che è apparso di sfuggita in Italia. Ci ha regalato il brano “ Burgundy “e tra appassionati e musicisti si vocifera anche che un un certo musicista inglese usi un clarinetto appartenuto a George e lo si può vedere anche sui palchi.

 

  • A questo punto è' importante una digressione. Ci sono state nella storia e continuano per fortuna ad esserci, band di jazz classico formidabili, che per gli eventi della vita sono scomparse anzitempo, restando nei ricordi e nelle registrazioni, anche queste tuttavia spesso dimenticate.

  • Due esempi sono Carl Alen, facente parte delle " territory bands" , quei complessi che non si spostavano se non da uno stato all'altro degli USA, i cui elementi finivano poi per disperdersi sotto l'onda degli eventi personali o economici. Altro esempio sono stati i Bryan Green Rythm Kings ( per ascoltarli vai nel sito alla voce PROFILI E BAND), ma ce ne furono parecchi altri -


I Red Bean Jazzers di Firenze sono un altro esempio, frequentano i festival svizzeri, ma hanno un raggio europeo, dall'Italia alla Scandinavia, sono un piccolo e affiatatissimo complesso, “ full passion” ! : Max Palchetti ( trombone) e leader, Fabio Palchetti ( clarinetto), Bobby Matassi ( basso ), Tony Meucci al banjo. Mentre rimandiamo i lettori al testo sul personaggio Max Palchetti nella sezione del sito CLASSICO ITALIANO, torniamo a George Lewis, figura che guarda caso si lega a Fabio Palchetti, clarinettista figlio di Max, come? Non solo per aver poco da invidiare a molti artisti di jazz classico, ma per essere stato in grado di interpretare un " Burgundy Street Blues " da brivido! In quelle occasioni, lassù, in riva alla punta nord del Lago Maggiore. Le parole in questi casi sono inutili. Qui i due link, di George e di Fabio, ascoltateli, e poi magari ancora...e potete goderne di entrambi.


Alla tragica morte di Max il quartetto cesso' di esistere, Fabio torno' alla sua professione di insegnante di filosofia e a scrivere libri, un ulteriore esempio di jazz disperso, ma non più di tanto : oltre che qui, andate su Max Palchetti sempre alla voce di menu CLASSICO ITALIANO , c'è the best della band fiorentina .

 

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