Un’altra rivoluzione

 
   
   
   
   

I 30 cm

 

Solitamente i vinili da 25 cm contenevano 8 brani. Ma per le avide “ majors” dell’ industria discografica americana qualcosa nei profitti non quadrava. Dopo aver sostenuto i costi, dai compensi degli artisti, ai grafici delle copertine, a tutto l’apparato tecnico, da ogni seduta avanzavano dei brani, scartati o perche’ giudicati “ minori” o perché per prudenza si era stati ridondanti . Era semplice, perche’ non utilizzarli? Allargando il formato del disco e facendolo pagare di più ! Era la spietata logica capitalistica. Ma il pubblico ne fu appagato, l’oggetto album ora era realmente perfetto, l’ immagine delle copertine rendeva di più, il retro poteva contenere più testo, e lo spazio veniva sempre sfruttato a questo scopo, fornendo al lettore storie, di artisti o di concerti, esaurienti e spesso illustrate con fotografie. Il regno assoluto del vinile doveva durare quasi 50 anni, mezzo secolo in cui la musica in generale ha raggiunto la più grande diffusione di ogni tempo.

A differenza dei 78 giri però il vinile non fu brutalmente soppiantato dal suo successore, il CD, che irruppe sulla scena negli anni ‘90, anzi, ingrano’ una ulteriore marcia, ma non nelle quantità. Era, come abbiamo visto. diventato un oggetto, spesso prezioso, era cult. Ma non solo. Per gli amatori più esigenti, per le orecchie più fini,la qualità audiofonica dei vinili conferisce loro proprio quella marcia in più , quella “ presenza”, quella pastosità di suono che il CD non può dare per sue caratteristiche tecnico produttive.







 

 


 

EDWARD KID ORY

 

Chi era costui?

Si presume che ogni appassionato della musica afro-americana lo conosca, ma e’ pur vero che dalle sue registrazioni ad oggi e’ passato un numero smisurato di anni e quindi un memo per i più giovani e’ utile : apparteneva alla prima generazione, ma tra questi era uno dei più giovani ( Kid = ragazzo ), classe 1886. Le storie raccontano che si intrufolasse tra i più adulti nelle case di piacere di Storyville nonostante la sua giovanissima età.

Restera’ il trombonista di riferimento da inizio 900 in poi, fino all’avvento dei musicisti più tecnici di Chicago. Era un trombonista “ tailgate”, con riferimento allo sportello posteriore dei camion su cui le band giravano per le strade di New Orleans . Cioe’ rimosso per permettere ai suonatori di trombone di allungare la coulisse e le gambe… Tuttavia non e’ un epiteto qualsiasi, ma un vero stile, che faceva largo uso di lunghe glissate, di sonorità growl e di una essenzialità tutta particolare. Uno stile per molti affascinante, con un sapore tutto suo. Ma c’è molto di più su Kid. Non solo fu uno dei pochi della vecchia guardia a cavarsela e a non essere travolto come la maggior parte dei musicisti jazz dalla depressione degli anni ‘30 -si dice sapesse fare bene i suoi interessi-,ma dopo essere stato un perno degli Hot Five/ Seven di Armstrong a fine anni ‘20, dopo un’assenza di una decina d’anni in cui continuò qui e la’ a tenersi in esercizio, a fine anni ‘30 rispose subito alla chiamata di un Orson Welles regista, per partecipare in California a una delle prime trasmissioni radiofoniche sulla storia del jazz che il genio cinematografico conduceva.

Ricomincio’ quindi a registrare a pieno regime, con grande riscontro grazie a un’altra sua caratteristica. Lo stile era rimasto più o meno quello di sempre, che sia musicisti e amatori di jazz posteriori definivano con spocchia primitivo ( invece era proprio il suo bello!), ma era straordinario nella scelta dei musicisti della band. In sostanza era esigentissimo e pretendeva il meglio da chi suonava con lui. Passo’ cosi dalle sue band la crema dei clarinettisti e dei trombettisti dagli anni dal 1945 a inizio anni ‘60, il periodo cosiddetto del New Orleans Revival.

Per concludere, un passaggio obbligato ascoltarlo per ogni amante del jazz classico, e un musicista di cui innamorarsi per chi carpisce il suo sound!

 

 

 

 

 
 
   
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